LA CAPORETTO INDIANA FA TRABALLARE L’AMMIRAGLIO (SI DIMETTE?)

1 - IL TIFONE INDIANO FA TRABALLARE L'AMMIRAGLIO
Antonio Massari per "il Fatto Quotidiano"

Il prossimo a presentare le dimissioni potrebbe essere il capo di Stato Maggiore della Difesa, l'ammiraglio Luigi Binelli Mantelli, l'uomo che solo quattro giorni fa ha dichiarato che la vicenda dei marò "sta sempre più assumendo i toni di una farsa" auspicando che "si concluda quanto prima e che i nostri fucilieri siano al più presto riconsegnati alla giurisdizione italiana". Le voci sulla sua decisione si sono moltiplicate, ieri, dopo le dimissioni del ministro Giulio Terzi.

"Ci sta pensando. Non ha ancora deciso, sta solo valutando, per il momento non c'è niente di certo: è solo una valutazione", riferiscono al Fatto Quotidiano fonti attendibili che, per la delicatezza della situazione, preferiscono mantenere l'anonimato. L'indiscrezione sta facendo il giro all'interno Forze armate, però, e dimostra che la vicenda marò rischia di trasformarsi in caos con pochi precedenti. Se troverà conferma, se la valutazione di Binelli Mantelli si trasformerà nell'atto delle sue dimissioni, lo sapremo presto, ma quel che è certo, sin d'ora, è che la strategia diplomatica del governo Monti ha prodotto un inedito scontro tra il Cocer interforze e il capo di gabinetto della Difesa.

Già due giorni fa il Cocer, proprio attraverso il Fatto Quotidiano, chiedeva all'ammiraglio Binelli Mantelli di spiegare perché avesse usato la parola "farsa" e di essere più preciso sui dettagli della vicenda marò. Dopo il question time di ieri in Parlamento, il Cocer chiede ulteriore chiarezza, per risalire innanzitutto alle responsabilità nella catena di comando dei fucilieri. Il sospetto è che l'ordine di rientrare in acque territoriali, il giorno dell'omicidio dei due pescatori indiani, possa essere stato impartito proprio dai vertici militari. Una responsabilità che, a questo punto, va ancora accertata.

"Premesso che il primo obiettivo è quello di riportare a casa i nostri ragazzi, e di fare giustizia - dice Gianni Pitizianti, segretario nazionale del Cocer interforze - prendo atto che oggi in Parlamento, tra i deputati, c'è chi ha posto un dubbio sull'origine dell'ordine di rientro, in acque indiane, della nave che trasportava i fucilieri. Non è ancora chiaro, quindi, se l'ordine sia stato impartito dall'armatore, e dal capitano della nave, oppure dai nostri vertici militari: vorremmo una risposta chiara su questo punto".

Segno che il sindacato dei militari - che ieri era in Parlamento, in divisa, accanto ai familiari dei due marò - non intende fare sconti sulle responsabilità - sia politiche, sia di natura militare - che hanno portato al disastro diplomatico italo - indiano. L'obiettivo principale - ribadisce il Cocer - è riportare in Italia Massimiliano Latorre e Salvatore Girone e assicurare loro un giusto processo. Ma senza fare sconti alla gestione politica e diplomatica della vicenda.

E l'urlo dei familiari in Aula in sostanza chiedeva alle istituzioni - che si sfaldavano sotto i loro occhi - un segno di unità. Nel frattempo inizia a profilarsi la prima linea difensiva dei due marò che, a quanto pare, intendono professare l'assoluta mancanza di volontà d'uccidere. Resta - anche in ambito militare - la delusione per l'appuntamento di ieri in Parlamento:

"Il ministro della Difesa - continua Pitzianti - ci ha messi dinanzi a una forte delusione: Terzi, nel suo discorso, ha mischiato fattori economici con un profondo e grave problema umano, cioè il destino dei nostri due fucilieri, mentre il ministro della Difesa non ha fornito le spiegazioni che ci aspettavamo. Abbiamo solo capito che Terzi era contrario al ritorno in India dei due marò ma, se non si entra nei dettagli, questo diventa solo un discorso di comodo. Le sue dimissioni? Il suo gesto avrebbe avuto più senso se l'avesse fatto prima. Se qualcun altro ha delle responsabilità segua l'esempio di Terzi e si dimetta".

Responsabilità che, di certo, ha il governo Monti che porta la firma di questo pasticcio diplomatico e, se non bastasse, ora dovrà smentire, o confermare, l'imbarazzante dichiarazione rilasciata dal sindaco di Bari Emiliano: "La sera in cui aspettavo Girone a casa sua, quando si è saputo che ero lì, Monti mi ha chiamato pregando di non interferire sulla volontà del sergente".

2 - LA CAUTELA DELL'AMMIRAGLIO DI PAOLA E IL DISAGIO NEGLI AMBIENTI MILITARI
Andrea Garibaldi per il "Corriere della Sera"

Cinquanta uomini nelle loro divise, nere, blu, marroni, azzurre, grigie. Carabinieri, Marina, Esercito, Aeronautica, Finanza. Banchi riservati al pubblico, aula di Montecitorio. Cinquanta rappresentanti dei Cocer, gli organismi sindacali delle Forze Armate: non è facile vederli tutti assieme, soprattutto non capita che assistano a una seduta parlamentare.

Rappresentano trecentomila soldati e graduati d'Italia. Che con qualche sfumatura si riconoscono in quel motto sul sito della Marina militare: «Non lasceremo soli i nostri fucilieri!», «No Man left behind», nessun uomo sarà lasciato indietro. Accanto, il fiocchetto giallo, di chi non dimentica i propri cari al fronte, il fiocchetto giallo che stava nelle case americane per gli ostaggi nell'ambasciata a Teheran (1981).

Sono militari, disciplina e obbedienza: «Non vogliamo entrare nella polemica politica - dice Saverio Cotticelli, generale di Corpo d'Armata dei carabinieri, presidente del Cocer interforze -. Ora dobbiamo solo riportare a casa Massimiliano e Salvatore». Aggiunge Cotticelli che nelle caserme e nelle basi «non c'è tintinnio di sciabole». Però disagio sì, e preoccupazione. Agitazione? «No, ma perché ci siamo noi a tranquillizzare, a ripetere: non abbiate paura, seguiamo ogni cosa, passo passo. Certo questa storia, i marò che restano, i marò che ripartono, non è una bella pagina».

Sono militari, mordono il freno. Domenica, Cotticelli ha detto: «Terzi non è il nostro ministro». Adesso un po' di più? «Terzi oggi ha fatto un gesto importante. Ha detto cose che non sapevamo». E l'ammiraglio Di Paola? «Un vecchio militare, non si dimette mai. Ha sempre difeso i suoi uomini, non abbiamo dubbi».

Qualche dubbio ce l'ha Antonello Ciavarelli, maresciallo della Marina e segretario del Cocer interforze, che dichiara: «A titolo personale, essendo un militare, mi ha fatto piacere sapere che nel consiglio dei ministri almeno uno era contrario al rientro in India dei due marò». E quell'«uno» è Terzi, quindi non Di Paola, ministro della Difesa e marinaio, come lui. In tutti i giorni scorsi, molti militari erano stati colpiti dal «silenzio» dell'ammiraglio Di Paola, che tuttavia, tacendo, è stato prima militare e poi politico.

Disagio, delusione, proteste sottotraccia. Per evitare che tutto questo venga allo scoperto, l'altro ieri il Capo di stato maggiore della Marina, Giuseppe De Giorgi è andato a Brindisi, alla brigata San Marco di «Capo Latorre» e «Capo Girone», come li ha chiamati. «La Marina - spiega Cotticelli - è la forza più esposta. Si sono sentiti soli in certi passaggi... Il Capo di stato maggiore è andato a dire: ci sono io con voi. E il Cocer è con lui. Per una volta "padrone" e sindacato insieme».

Si è parlato di Caporetto, si è parlato dell'8 settembre, in questi giorni, come dire abissi di umiliazione per le Forze Armate italiane. Arrivano notizie di calma però dalle «missioni di pace», Afghanistan, Libano, Libia, Kosovo. Laggiù, per qualsiasi ipotesi di reato, è competente la Procura militare di Roma. I timori veri esistono fra i militari (50 circa) in missione anti pirati nell'Oceano indiano.

Timore di finire in un disastro come quello di Girone e Latorre. Il mito, per i militari italiani, sono gli Stati Uniti: «Gli americani non consentono a nessun Paese di giudicare i loro soldati: prendete la storia dell'aereo che si abbattè sulla funivia del Cermis».

Venti morti, ci furono. E c'è un precedente più simile a questo di cui parliamo: estate scorsa, acque di Dubai, da una nave militare americana aprono il fuoco contro un peschereccio indiano, scambiato per nave pirata. Un pescatore ucciso, tre feriti. Gli americani hanno fatto mille scuse, ma gli sparatori non partecipano all'inchiesta a Dubai.

Oggi i cinquanta uomini in divisa tornano a Montecitorio. Ad ascoltare il presidente del Consiglio Monti. «Ascolteremo in religioso silenzio - dice il generale Cotticelli -. Continueremo a cercare di capire chi sia responsabile di questa pagina brutta».

 

 

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