GALLINARI SI PORTA NELLA TOMBA I MISTERI SUL SEQUESTRO MORO - CHE FINE HANNO FATTO: IL MEMORIALE ORIGINALE DELLO STATISTA DC E LE PARTI MAI RITROVATE, LE REGISTRAZIONI DEI PRIMI INTERROGATORI E LE LETTERE FORSE NON RECAPITATE? - L’IDIOZIA VETERO-COMUNISTA ESALTA IL ‘COMPAGNO PROSPERO’: ‘EROE’, ‘UOMO CON LA SCHIENA DRITTA’, ‘IRRIDUCIBILE’ – PERCHE’ MOLTI EX DEL ‘COMMANDO’ SONO A SPASSO?…

1 - LE LETTERE, I NASTRI, LA CELLA DI MORO I MISTERI (VERI E PRESUNTI) DI GALLINARI
Giovanni Bianconi per il "Corriere della Sera"

È morto per via di un cuore malandato che l'aveva fatto uscire di galera e faceva le bizze anche quando lui si considerava ancora un combattente. Nei cunicoli della prigione di Rebibbia in cui - nel 1987, insieme ad altri detenuti - tentava di scavare un tunnel per evadere, gli investigatori trovarono le scatole delle medicine che prendeva Prospero Gallinari, brigatista della prima ora e carceriere di Aldo Moro, la vittima più illustre e significativa del terrorismo italiano.

È morto ieri mattina, a 62 anni compiuti il 1° gennaio, appena uscito di casa, a bordo dell'auto che usava per andare al lavoro. E c'è chi ritiene che si sia portato dietro alcuni dei misteri mai svelati. Soprattutto sul rapimento e l'omicidio di Moro, che nella primavera del 1978 deviarono il corso della storia repubblicana. La mattina del 16 marzo di trentacinque anni fa Gallinari partecipò allo sterminio dei cinque uomini della scorta del leader dc, la strage di via Fani.

Subito dopo entrò nell'appartamento-prigione insieme all'ostaggio, restando chiuso con lui per 55 giorni disseminati di colpi di scena, trattative cercate o interrotte, comunicati veri e falsi, lettere, dichiarazioni, altri delitti. Fino all'esecuzione della condanna a morte, il 9 maggio. Mentre lo Stato e le Br erigevano due muri che si sarebbero rivelati insormontabili, dentro il cunicolo in cui l'avevano costretto Aldo Moro cercava inutilmente una via d'uscita. E Gallinari lo sorvegliava.

Più degli altri due inquilini del covo (Anna Laura Braghetti, che per un periodo sarà sua moglie, e Germano Maccari, morto anche lui) e meno di Mario Moretti (il «regista» che interrogava l'ostaggio e teneva i contatti col mondo esterno), il brigatista arrivato da Reggio Emilia sapeva ciò che realmente accadde fra quelle mura. Quello che, ad esempio, i brigatisti dissero a Moro prima di ucciderlo.

Se, come hanno riferito i terroristi ma molti continuano a negare, il presidente democristiano fu tenuto solo in quella prigione o anche altrove. E se davvero nessun altro, a parte i tre inquilini e Moretti, ci mise mai piede. Che fine hanno fatto il memoriale originale scritto da Moro e le parti mai ritrovate, i nastri registrati dei primi interrogatori, le lettere forse non recapitate.

Insomma, tutto quello che ancora non si sa, o a cui si continua a non credere, sul sequestro e sul suo tragico epilogo. Per molto tempo si disse che era stato lui il killer del prigioniero, e quando fu scagionato spiegò che il problema quasi non lo riguardava: «Nella tragicità del fatto è tutto superficiale, tutto banale; Aldo Moro è stato ucciso dalle Br». Quindi anche da lui.

In vita, prima da militante e poi da ex, Gallinari ha sempre sostenuto che non ci sono misteri su quella vicenda, almeno sul fronte brigatista: «Moro fu rapito da dieci persone; operai, studenti, precari, un assistente sociale, un artigiano, un contadino: io». Lo diceva muovendo le grandi mani che avevano afferrato prima la zappa, poi i prodotti della pressa in fabbrica e quindi pistole e mitragliette, in nome di una rivoluzione comunista che per lui - cresciuto nel mito della Resistenza tradita tramandato nelle osterie e nelle sezioni del Pci di quelle parti - era la prosecuzione ideale della guerra partigiana.

Anche perché in mezzo, tra la Liberazione e la lotta armata, c'erano stati i moti del 1960, i morti della sua Reggio Emilia e di altre città, una storia che sembrava mai interrotta, in cui lui s'era buttato a capofitto, con la genuinità e la testardaggine delle sue origini. Uccidendo e rischiando di essere ucciso: nel '79 fu arrestato (dopo un'evasione riuscita) in una sparatoria in cui restò gravemente ferito.

Un mese prima di fare fuoco sulla scorta di Moro, a Roma, il 14 febbraio 1978, uccise il magistrato Riccardo Palma, dirigente degli istituti di pena. La sua prima vittima. Nell'autobiografia intitolata, non a caso, Un contadino nella metropoli, descrisse così quel momento: «Il compagno incaricato di sparare si trova in difficoltà emotiva. Spetta a me intervenire. Anche questa volta non è la professionalità ma la concentrazione totale in cui sono immerso a darmi la freddezza e la determinazione di reagire all'imprevisto. La paura, i conti con se stessi di fronte a certe scelte e decisioni, sono tutte cose che, in questi momenti, schiacci nel profondo dello stomaco per andare oltre».

È come se, nel momento di spiegare come diventò un assassino, l'ex br Gallinari avesse fatto ricorso alla stessa freddezza scoperta mentre ammazzava un uomo ridotto a simbolo, un nemico o un ostacolo da rimuovere sulla strada del «processo rivoluzionario».

E con la stessa freddezza, nel 1988, dichiarò chiusa la fase della lotta armata per «riportare la lotta sul terreno politico», al fianco di altri movimenti di massa. Erano passati dieci anni dall'omicidio di Moro, venti dai primi tumulti. Davanti ai magistrati non aveva ammesso responsabilità personali o di altri, né accusato nessuno. Mai pentito né dissociato, non più irriducibile. Solo sconfitto: «Abbiamo perso».

2 - L'ULTIMO DELIRIO DELL'ESTREMISMO ITALIANO IL KILLER DELLE BR SUL WEB DIVENTA UN EROE
Fabio Tonacci per "la Repubblica"

Internet non ha memoria storica, o meglio, si ricorda solo ciò che vuole. In Rete, la notizia della scomparsa dell'ex brigatista ed ergastolano Prospero Gallinari, è stata corredata da messaggi come questo: «La morte di un compagno che si era prodigato per estirpare il cancro del capitalismo ha il peso di una montagna. La morte di un parassita capitalista associato a quello revisionista ha un valore inferiore al peso di una piuma» (commento di
Alfredo postato su Contropiano. org).

Oppure questo: «Onore all'uomo, alla coerenza, allo spessore» (valerio fernandez su Twitter). E Gallinari «eroe», Gallinari «irriducibile compagno», Gallinari «con la schiena dritta», riappare in tuta e maglia viola in un'intervista video del 2006, che rimbalza su decine di siti in poche ore. Nessun accenno però a chi ha perso la vita per mano delle Brigate Rosse di cui Gallinari fu tra i protagonisti fin dalla fondazione.

Così gli estremisti vetero-comunisti della Rete hanno trovato un nuovo idolo: il suo passato di sangue e terrorismo a volte diventa un dettaglio, altre volte è motivo di esaltazione. «Eravamo clandestini per lo Stato - ragiona marcoteschio32 su Twitter - non per le masse». Gallinari trova fan anche in chi non condivise quella lotta. «Mi ha colpito di lui pur da me così distante come posizioni politiche - scrive sergio falcone
sul blog contromaelstrom - l'integrità morale».

Oggetto di pensieri impastati di retorica: «Un combattente rivoluzionario non muore - dice
fabrizio, sullo stesso blog - si addormenta dolcemente lasciando un filo rosso dietro di sé». Spunta pure una pagina Facebook a lui dedicata, con 26 fan. Appaiono i link con il titolo del libro scritto da Gallinari e foto d'epoca in bianco e nero. «Ciao Prospero - scrive
gianni sul contromaelstrom - un compagno col quale avrei potuto percorrere la lunga strada che porta al comunismo dei Soviet ».

Pensieri del secolo scorso, lessico che sa di muffa. Su Twitter baruda («A Prospero, volato via troppo presto») condivide il saluto commosso di un altro ex brigatista, Salvatore Ricciardi: «Non trovo altre parole per ricordare i tanti giorni, mesi, anni passati insieme calpestando gli stessi metri del pavimento di una cella». Sul sito militantblog. org, tra manifesti storici di Stalin e foto di scontri con la polizia, il ricordo del brigatista diventa epopea: «Se ne va oggi uno dei figli prediletti della classe operaia».

E segue una poesia a lui dedicata, condivisa su facebook 281 volte. Ma non tutti fanno finta di dimenticare. «Certe cose non dovebbero essere ripubblicate - scrive un utente del sito di informazione 24 Emilia che ha dato conto del ricordo dei compagni di lotta di Gallinari - per lo meno in rispetto a tutti i morti ammazzati da quest'uomo e ai loro famigliari».

3 - GLI ALTRI DEL COMMANDO...
Da "la Stampa"

MARIO MORETTI: IL CAPO CON SEI ERGASTOLI È IN SEMILIBERTÀ DAL '94
C'era anche il capo delle Br, il gelido Mario Moretti, in via Fani. Moretti era appostato nella parte alta della strada, sul lato destro, alla guida di una Fiat 128. Quando il corteo delle auto di Moro imboccò via Fani, fu proprio Moretti a mettersi di traverso per bloccarlo. Moretti fu poi arrestato nel 1981 e non s'è mai dissociato dalla lotta armata; condannato a sei ergastoli, dal 1994 gode della semilibertà. In un libro-intervista ha riconosciuto di avere ucciso Moro, ma si pensa che l'abbia detto per scagionare Gallinari, il quale era considerato il killer dello statista e in carcere soffriva di un regime particolarmente duro.

RITA ALGRANATI: IN FUGA PER 25 ANNI FU ARRESTATA IN ALGERIA
Rita Algranati, ex moglie di Alessio Casimirri, militante romana delle Br con un lungo passato nel Movimento, quel mattino si trovava all'imboccatura di via Fani con un mazzo di fiori in mano che sollevò al passaggio di Moro per allertare i suoi compagni. Mai arrestata, è scappata dall'Italia e ha vagato per venticinque anni tra Sudamerica e Africa. Una lunghissima latitanza finita nel 2004, grazie a un'operazione del Sisde, quando l'Algeria l'ha espulsa. L'attendeva un ergastolo da scontare a Rebibbia.

ALESSIO CASIMIRRI: L'UNICO LATITANTE, VIVE IN NICARAGUA
Il piano brigatista prevedeva l'uso di diverse macchine in via Fani. In una c'erano Alvaro Lojacono e Alessio Casimirri. Casimirri, figlio di un ex direttore della Sala stampa vaticana, era stato un militante di Potere operaio e da ultimo gestiva un'armeria. Mai arrestato, nel 1982 fuggì in Nicaragua, dove ha combattuto con i sandinisti, ha aperto un ristorante, si è risposato, ha preso la cittadinanza, e si gode una dorata latitanza.

BARBARA BALZERANI: PURA E DURA, MA CRITICA. È LIBERA DAL 2011
In via Fani vi era una terza Fiat 128, alla cui guida si era sistemata Barbara Balzerani, la compagna di Moretti, entrata nelle Br fin dal 1975. Dopo l'arresto di Moretti, la Balzerani provò a dirigere in prima persona lo spezzone delle Br in contrapposizione a quello «movimentista» di Giovanni Senzani. Fu arrestata nel 1985. Condannata all'ergastolo non si è mai pentita, anche se negli ultimi anni ha criticato il ritorno del terrorismo. Nel 2006 le è stata concessa la libertà condizionale ed è in libertà dal 2011.

BRUNO SEGHETTI: TRASPORTÒ MORO È TUTTORA IN CARCERE
Bruno Seghetti, romano de Roma, brigatista dopo una lunga militanza in Potere operaio, in via Fani era alla guida della Fiat 132 dove fu caricato Moro subito dopo la strage della scorta. Ha partecipato a numerose azioni omicide, tra Roma e Napoli, finché non fu arrestato. Condannato all'ergastolo, aveva avuto la semilibertà nel 1999, poi revocata.

RAFFAELE FIORE: L'OMICIDA DI CASALEGNO. È FUORI DAL 1997
Il torinese Raffaele Fiore faceva parte del gruppo di fuoco. Lo avevano scelto per la assoluta ferocia, dimostrata negli omicidi dell'avvocato Fulvio Croce e di Carlo Casalegno. Il suo mitra s'inceppò subito, ma fu lui, con le sue mani grandi e grosse, a tirare fuori Moro dall'auto. Arrestato nel 1979, mai pentito, è tornato libero nel 2006.

ALVARO LOJACONO: ITALOSVIZZERO HA SCONTATO 11 ANNI
Alvaro Lojacono, già coinvolto nell'omicidio di Mikis Mantakas, figlio di un economista ed esponente del Pci, con doppia cittadinanza italo-svizzera, in via Fani era in macchina con Casimirri. Fuggì presto dall'Italia, passando per Algeria e Brasile, rifugiandosi infine in Svizzera. Nel 1989 la corte d'assise del Canton Ticino l'ha condannato, ma già nel 2000 era su una spiaggia in Corsica. Impossibile l'estradizione per via della legge svizzera.

VALERIO MORUCCI: DISSOCIATO, VIVE A ROMA DOVE FA L'INFORMATICO
Valerio Morucci era brigatista da poco quando lo scelsero per il gruppo di fuoco. Già capo del servizio d'ordine di Potere operaio, godeva di un certo seguito personale. A via Fani sparò, ma entrò subito in conflitto con Moretti e il resto del gruppo dirigente. Assieme a Adriana Faranda intessé trattative clandestine per cercare di salvare lo statista. Poi ruppe. Nel 1979 fu arrestato a casa di Giuliana Conforto, figlia di una spia del Kgb. Si dissociò dalla lotta armata sei anni dopo e da allora ha collaborato alle indagini. Ha finito di scontare la sua pena nel 1994.

FRANCO BONISOLI: GAMBIZZÃ’ MONTANELLI POI DIVENTÃ’ SUO AMICO
Franco Bonisoli, emiliano, nel gruppo di fuoco di via Fani fu quello che sparò più colpi di tutti, prima con il mitra, poi con la sua pistola. Lasciò poi la Capitale per rifugiarsi a Milano, dove avrebbe gambizzato Indro Montanelli. Fu arrestato nel covo di via Montenevoso nel 1978. Condannato all'ergastolo, si è dissociato dalla lotta armata e gode della libertà da anni. Lavora in una società di servizi ambientali e collabora con la Diocesi di Milano.

GERMANO MACCARI: L'ULTIMO IDENTIFICATO. MORTO IN CELLA NEL2001
L'ultimo terrorista ad essere stato identificato tra quelli che avrebbero partecipato alla strage di via Fani, Germano Maccari, mai sospettato fino al 1993, è anche quello dalla storia più rocambolesca. Irregolare delle Br, era il «quarto uomo» che frequentava la prigione di Moro. Pare che sia stato lui a uccidere lo statista perché né Gallinari né Moretti riuscirono a trattenere l'emozione. Subito dopo l'omicidio lasciò le Br e visse una vita normale alla periferia di Roma. Arrestato, condannato a ventitrè anni di carcere, reo confesso, è morto per infarto nel 2001 in una cella. Sul suo ruolo in via Fani ci sono testimonianze discordanti.

 

 

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