OBAMA IN BAMBOLA - GLI STOP AND GO DEL PRESIDENTE USA E I DUBBI DI CAMERON FANNO SLITTARE L’ATTACCO A DAMASCO

1-SIRIA, L'ONU FA RALLENTARE L'ATTACCO
Massimo Vincenzi per La Repubblica

«I piani sono pronti ma io non ha ancora preso una decisione finale», dice Obama nell'intervista alla tv pubblica Pbs. Nel giorno in cui l'intervento militare in Siria sembra rallentare arrivano le sua parole a confermare che in realtà si tratta solo di stabilire i tempi ma che il blitz ci sarà.

Il presidente americano spiega: «I ribelli non hanno armi chimiche, le prove che abbiamo raccolto mostrano con chiarezza che è il governo il responsabile dei massacri dei civili. Damasco deve capire che riteniamo l'uso dei gas contro donne e bambini una violazione di tutte le norme di diritto e una minaccia diretta contro i nostri interessi e per questo ci deve essere una risposta della comunità internazionale.

Il suo potenziale bellico non è in grado di colpire gli Stati Uniti ma vogliamo essere sicuri che non venga usato contro di noi. Il nostro intervento ha lo scopo di impedire al suo esercito di compiere altre azioni simili in futuro». Obama prova poi a rassicurare i leader riluttanti:

«Seguiremo una strategia che non ci porterà dentro un altro Iraq. Sarà un intervento limitato nel tempo e con obiettivi strategici precisi. Non abbiamo intenzione di entrare nella guerra civile siriana. Ma quando sceglieremo come muoverci Assad riceverà una dura lezione e un avvertimento importante».

Il semaforo verde dunque non scatterà oggi, ma sarà comunque una giornata chiave: la Casa Bianca annuncerà infatti le prove che collegano Damasco alla strage del 21 agosto, Obama poi vedrà i vertici del Congresso e infine in Inghilterra il governo presenterà al parlamento la sua mozione.

Ed è da questa che ieri si è capito che il conto alla rovescia subisce un rallentamento: «Nessuna azione sino a quando gli esperti Onu non avranno esaminato il dossier sulle armi chimiche», scrive l'esecutivo. Un piccolo successo per il segretario generale Ban Ki-moon che aveva chiesto «altri quattro giorni per finire la missione». Lunedì diventa il nuovo D-day perché come conferma anche Obama: «Se non ci sarà un accordo diplomatico siamo pronti a muoverci con i nostri alleati».

Inutile lo sforzo del governo di Damasco che chiede di «allungare i tempi della visita degli ispettori per verificare i crimini dei ribelli». Per trovare copertura politica l'Inghilterra prova la via delle Nazione Unite ma l'iniziativa fallisce prima ancora di iniziare. Il premier David Cameron annuncia via Twitter una risoluzione che avrebbe dovuto «consentire l'uso di tutte le misure necessarie a proteggere le vite dei civili».

Ma la Russia fa sapere: «E' prematuro ogni discorso». E così poco dopo arriva la conferma ufficiale: i rappresentanti di Mosca e Pechino abbandonano la riunione dei cinque membri permanenti senza aspettarne la fine e Londra rinuncia alla convocazione d'urgenza del Consiglio di Sicurezza.

A smussare gli entusiasmi della prima ora c'è anche la posizione della Lega Araba che, come scrive il New York Times, rimane divisa: pur condannando le azioni del regime di Assad si rifiuta di fornire un avallo al blitz. Pesa il precedente libico, ma soprattutto pesano i delicati equilibri della regione. Le minacce di Damasco e dell'Iran ne sono la conferma. La Guida suprema di Teheran, Khamanei avverte: «Gli Stati Uniti pagheranno un prezzo altissimo, come quando sono andati in Afghanistan e in Iraq».

Fonti vicine ai pasdaran aggiungono: «Se verrà colpita la Siria, attaccheremo Israele e le sue città: sarà una battaglia totale». Tel Aviv alza il livello di allarme, richiama i riservisti e mette a punto le difese sul confine del Golan. Poi il viceministro siriano Faisal Maqdad allarga il tiro: «Sono stati i ribelli a usare i gas, sono terroristi e rivolgeranno la loro violenza contro i popoli europei. Verranno colpite Londra e Parigi».

Al centro del dossier "armi chimiche" ci sono le intercettazioni telefoniche che la Cia (con la collaborazione del Mossad) avrebbe ottenuto nelle ore successive alla strage del 21 agosto. Si sente un funzionario del ministro della Difesa chiamare in maniera concitata i capi delle unità speciali dell'esercito lealista per avere notizie. Tra gli indizi raccolti anche video, foto e testimonianze delle vittime e dei medici.

Gli Stati Uniti però hanno fretta: il timore è che il regime messo alla corda prepari nuove rappresaglie con i gas, nel mirino potrebbe esserci Aleppo. E la disperazione potrebbe essere stata la molla che ha spinto Assad a dare il via libera al fratello Maher per l'assalto chimico. La Nbc rilancia infatti la testimonianza di uno dei capi dei ribelli, Salam Idris, che rivela: «Tre settimane è sfuggito ad un attentato». Il dittatore disperato, disposto a tutto è l'ultimo incubo di Obama.

2-TACCUINO STRATEGICO - LE SPINE DELL'INTELLIGENCE
Fabio Mini per La Repubblica

Nessuno in questi giorni vorrebbe essere nei panni del presidente Obama alle prese con la decisione sull'intervento militare in Siria. Un presidente vessato dai falchi, pungolato a fare qualcosa dai suoi elettori che saranno poi i primi a criticarlo qualsiasi cosa faccia, piantonato da generali pessimisti desiderosi di evitare altri guai, strattonato dal bellicismo a basso rischio degli inglesi e dei francesi, guardato con sospetto dagli israeliani, di traverso dai ministri degli esteri europei e con trepidazione da quelli della difesa pronti a calzare la feluca da combattimento.

Ma la spina nel fianco del presidente è la fonte delle informazioni sulle quali deve basare la propria decisione: l'intelligence. La Cia e la Dia non hanno più la credibilità di un tempo. Obama dovrà presentarsi al mondo con prove fornite dagli stessi enti che confezionarono i falsi pretesti per la guerra del Vietnam o quelli più imbarazzanti per la guerra all'Iraq.

Potrebbero essere prove certe, esposte con buona fede, ma nessuno al mondo crederebbe che non ci siano alternative alla guerra e che quelle prove siano sufficienti a scatenarla, a destabilizzare una regione e impantanarsi in Medio Oriente. Nessuno: nemmeno lui.

 

cameron obama CAMERON E OBAMA OBAMA E CAMERON GIOCANO A PING PONG cia central intelligence agency Ban Ki-Moonfabio miniMARINES USA IN AFGHANISTAN MISSILI weapons Navi Usa

Ultimi Dagoreport

elon musk donald trump matteo salvini giorgia meloni

DAGOREPORT - LE “DUE STAFFE” NON REGGONO PIÙ. IL CAMALEONTISMO DI GIORGIA MELONI NON PUÒ PIÙ PERMETTERSI DI SGARRARE CON MACRON, MERZ, URSULA, CHE GIÀ EVITANO DI CONDIVIDERE I LORO PIANI PER NON CORRERE IL RISCHIO CHE GIORGIA SPIFFERI TUTTO A TRUMP. UN BLITZ ALLA CASA BIANCA PRIMA DEL CONSIGLIO EUROPEO, PREVISTO PRIMA DI PASQUA, SAREBBE LA SUA FINE -  UNA RECESSIONE PROVOCATA DALL’AMICO DAZISTA TRAVOLGEREBBE FRATELLI D’ITALIA, MENTRE IL SUO GOVERNO VIVE SOTTO SCACCO DEL TRUMPUTINIANO SALVINI,

IMPEGNATISSIMO NEL SUO OBIETTIVO DI STRAPPARE 4/5 PUNTI AGLI ‘’USURPATORI’’ DELLA FIAMMA (INTANTO LE HA “STRAPPATO” ELON MUSK AL CONGRESSO LEGHISTA A FIRENZE) - UN CARROCCIO FORTIFICATO DAI MEZZI ILLIMITATI DELLA "TESLA DI MINCHIA" POTREBBE FAR SALTARE IN ARIA IL GOVERNO MELONI, MA VUOLE ESSERE LEI A SCEGLIERE IL MOMENTO DEL “VAFFA” (PRIMAVERA 2026). MA PRIMA, A OTTOBRE, CI SONO LE REGIONALI DOVE RISCHIA DI BUSCARE UNA SONORA SCOPPOLA…

luigi lovaglio - francesco gaetano caltagirone - giancarlo giorgetti - milleri - alberto nagel - philippe donnet mediobanca mps giorgia meloni

DAGOREPORT - LA CACCIA GROSSA AL LEONE DI TRIESTE INIZIA COL CDA DEL 24 APRILE MA SI CONCLUDERÀ A MAGGIO CON L’OPS DI MPS-CALTAGIRONE-MILLERI SU MEDIOBANCA CHE, UNA VOLTA ESPUGNATA COL SUO 13% DI GENERALI IN PANCIA, APRIRÀ LA VIA A CALTARICCONE PER ARRIVARE AL COMANDO DEL PRIMO FORZIERE D’ITALIA (843 MILIARDI) – CHE SUCCEDERA' QUANDO SCENDERANNO IN CAMPO I PEZZI GROSSI: ANDREA ORCEL DI UNICREDIT E CARLO MESSINA DI INTESA? - INTANTO, OGNI GIORNO SI REGISTRA UNO SCAZZO: SE IL PROXY ISS SOSTIENE MEDIOBANCA, IL PROXY GLASS LEWIS INVITA GLI AZIONISTI A PUNTELLARE MPS - (POTEVA MANCARE L’ANGOLO DEL BUONUMORE CON DAVIDE SERRA DEL FONDO ALGEBRIS?)…

zuppi sinodo claudio giuliodori ruini bergoglio

DAGOREPORT – ATTENZIONE: SI AGGIRANO CORVI SUL CUPOLONE – CON BERGOGLIO ANCORA CONVALESCENTE, L’ALA CATTO-CONSERVATRICE DI RUINI SI È “VENDICATA” SUL LIBERAL ZUPPI: SUL DOCUMENTO NON VOTATO DALL’ASSEMBLEA SINODALE CI SAREBBERO INFATTI LE MANINE DELL’EX CAPO DELLA CEI AI TEMPI DI BERLUSCONI. COME? NEL PORTARE A SINTESI I TEMI DISCUSSI NEL LUNGO CAMMINO SINODALE, SONO STATI SBIANCHETTATI O “AGGIRATE” QUESTIONI CRUCIALI COME IL RUOLO DELLE DONNE NELLA CHIESA, LA TRASPARENZA SUGLI ABUSI E L’OMOSESSUALITÀ. PIÙ DI UN VESCOVO HA CRITICATO L’ASSENZA NEL TESTO DELLA SIGLA “LGBTQ” – LA MIGLIORE SPIEGAZIONE SUL CAMBIO DI CLIMA LA DA' UN PORPORATO ANZIANO: "ANNI FA, ALLA FINE AVREMMO ABBOZZATO E VOTATO..."

donald trump giorgia meloni

DAGOREPORT - CERCASI DISPERATAMENTE TALE MELONI GIORGIA, DI PROFESSIONE PREMIER, CHE DEFINIVA “UN’OPPORTUNITÀ” LA MANNAIA DEL DAZISTA TRUMP - DOVE È ANDATA A NASCONDERSI L’’’ANELLO DI CONGIUNZIONE’’ TRA AMERICA FIRST E L’EUROPA DEI "PARASSITI?" A CHE È SERVITA LA SUA “SPECIAL RELATIONSHIP” CON LO PSICO-DEMENTE DELLA CASA BIANCA CHE CINGUETTAVA: “MELONI È UN LEADER E UNA PERSONA FANTASTICA”? - CHE FOSSE TAGLIATA FUORI DAI GIOCHI, LA REGINA DI COATTONIA DOVEVA FICCARSELO IN TESTA QUANDO L’ALTRO GIORNO HA CHIAMATO URSULA PER SCONGIURARLA DI NON RISPONDERE CON I CONTRO-DAZI AL TRUMPONE. LA KAISER DI BRUXELLES LE HA RISPOSTO CON PIGLIO TEUTONICO CHE LA DECISIONE FINALE SULLA POLITICA COMMERCIALE DELL’UNIONE APPARTIENE SOLO A LEI. COME A DIRE: "A COSETTA NON T’ALLARGA’, QUI COMANDO IO!" - ED ORA “IO SONO GIORGIA” SI TROVA A DOVER AFFRONTARE UNA GUERRA COMMERCIALE CHE TOCCA MOLTO DURAMENTE LA SUA BASE ELETTORALE, E NON SOLO QUELLA CHE VIVE DI EXPORT, COME AGRICOLTURA, LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE, I TESSILI. UN BAGNO DI SANGUE E, IN PROSPETTIVA, UNA CATASTROFE POLITICA…

donald trump matteo salvini

FLASH! CHE FINE HA FATTO IL PIÙ TRUMPIANO DEL REAME, OVVERO MATTEO SALVINI? MENTRE I MERCATI CROLLANO PER LA TEMPESTA DEI DAZI SCATENATA DAL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO, CON PIAZZA AFFARI CHE PERDE IL 3,6%, IL LEADER DELLA LEGA HA PERSO LA VOCE, DOPO CHE PER SETTIMANE HA DIFESO A SPADA TRATTA LE FOLLI POLITICHE DEL TYCOON. SOLO DUE GIORNI FA AFFERMAVA CHE “IL VERO NEMICO PER LE AZIENDE ITALIANE NON È TRUMP MA LE FOLLI IMPOSIZIONI DI BRUXELLES”. E ORA? – LE PICCOLE E MEDIE IMPRESE DEL NORD, CHE HANNO SEMPRE VOTATO LEGA, COSA FARANNO? DOMENICA AL CONGRESSO DEL CARROCCIO, SENZA SFIDANTI, SALVINI SARÀ CONFERMATO SEGRETARIO. MA PER IL TRUMPUTINIANO MATTEO SONO IN ARRIVO CAZZI AMARI...

pier silvio berlusconi marina giorgia meloni sergio mattarella antonio tajani matteo salvini

AZZ! LA DUCETTA CI STA PENSANDO DAVVERO DI PORTARE L’ITALIA A ELEZIONI ANTICIPATE NEL 2026 - PERCHÉ TANTA URGENZA? NON C’ENTRANO SOLO GLI SCAZZI CON IL TRUMPUTINIANO SALVINI, LA CERTEZZA DI AVER RAGGIUNTO, NELLO STESSO TEMPO, L’APICE DEL CONSENSO E IL MASSIMO DISGREGAMENTO DELL'OPPOSIZIONE: MA ANCHE LA CONSAPEVOLEZZA, TRA DAZI E INFLAZIONE, DI UN PROSSIMO FUTURO ECONOMICO ITALIANO MOLTO INCERTO - E PRIMA CHE SOPRAGGIUNGA UN CROLLO DI CONSENSI, MEJO COGLIERE IL MOMENTO PROPIZIO, DA QUI ALLA PRIMAVERA 2026, PER CONSOLIDARE IL GOVERNO (SEMPRE CHE MATTARELLA DECIDA DI SCIOGLIERE LE CAMERE) – ALTRA ROGNA PER GIORGIA E' IL FUTURO DI FORZA ITALIA: I PARLAMENTARI CHE FANNO CAPO A MARINA BERLUSCONI SCALPITANO DA UN PEZZO PER UN GOVERNO PIU' LIBERAL ED EUROPEISTA. MA UN SOSTITUTO DELL'INETTO TAJANI NON SI TROVA (ANNI FA IL CAV. L'AVEVA INDIVIDUATO IN GUIDO CROSETTO) - L'ULTIMO FORTE STIMOLO CHE SPINGE LA PREMIER AD ANDARE AL VOTO NELLA PRIMAVERA 2026 POTREBBE ESSERE ANCHE QUESTO: SAREBBE UN GOVERNO MELONI NEL 2029 A GESTIRE IN PARLAMENTO L'ELEZIONE DEL NUOVO CAPO DELLO STATO (E L'UNDERDOG GIORGIA FRA DUE ANNI FESTEGGERA' QUEL MEZZO SECOLO NECESSARIO PER SALIRE SUL COLLE PIU' ALTO...)