UCCI UCCI CHE BERTOLUCCI – MEMORIE DI UN RADICAL CHIC: ‘’CRAXI? ME LO RICORDO AD HAMMAMET, CON BOBO ALLA CHITARRA, MENTRE CANTA ‘PIAZZA GRANDE’ DI DALLA. MI FACEVA PENSARE A GAMBADILEGNO CON UN SORRISO ACCATTIVANTE: “A MODO MIO, AVREI BISOGNO DI CAREZZA ANCH’IO” – “BRANDO E MARIA SCHNEIDER PIÙ CHE ADERIRE AI PERSONAGGI SCRITTI, DIVENNERO LORO STESSI IL FILM” – “NOVECENTO”: 3 MAJOR STATUNITENSI A FINANZIARE IL FILM DOVE SI VEDRÀ LA PIÙ GRANDE BANDIERA ROSSA MAI APPARSA SULLO SCHERMO”….
Malcom Pagani per "il Fatto Quotidiano"
Prima della rivoluzione, davanti all'inattesa piega degli eventi, Bernardo Bertolucci ha eretto le barricate: "Una lotta impari, combattuta con rabbia e fisioterapie intensissime, al solo scopo di controllare il dolore dopo l'operazione all'ernia discale". Nel fumo, ha truccato i segni del destino, trasformato la resa in resurrezione e il furore in creatività . "Mi ero chiuso in casa, venivano a trovarmi solo gli amici più cari". Pausa, occhi che vagano oltre l'interlocutore. "Ma vede quel grande schermo dietro di lei? Il muro dipinto di bianco opaco è il migliore home screen che esista. Quel buco là di fronte è per il proiettore piazzato in cucina, sopra il forno, a gocciolare grasso e senso di clausura".
A chi ha la schiena dritta, non serve stare in piedi. Così da una consapevolezza e da un gioco semantico: "Ho imparato ad accettare questa" -la tocca- "la mia sedia elettrica", il regista che non può più camminare ha ripreso a correre. A 71 anni, con "Io e te", educazione sentimentale violenta e liberatoria ritmata dallo stesso battito rapido di quando ne aveva 21: "L'esordio fu un sogno. Tonino Cervi, produttore e padre di Valentina, aveva comprato da Pasolini i diritti de "La commare secca". Lo sceneggiai con Sergio Citti. Cervi mi sorprese: âTu vuoi fare il regista vero.. perché non ci provi te?'. Finsi naturalezza, il cuore batteva fortissimo. Vivevo con i miei, occupavo il bagno per primo e poi uscivo come uno studente che va a scuola. Invece andavo sul set. Lì ero il più giovane".
Bertolucci non affrontava una prova dal 2002. Per rialzarsi c'è voluto coraggio. "C'era lo spirito della avventura-scommessa e il forte timore di mollare dopo due settimane, il desiderio di rinascere e la paura del dolore fisico. Sapevo che "Io e te" avrebbe detto molto su di me, forse qualcosa di fatale, di definitivo. Da quando ho detto âmotore' è cambiato tutto. Una terapia meravigliosa. Come il protagonista del film, mi ero chiuso nella mia cantina. Adesso ho voglia di raccontare ancora, di un altro progetto. Un'idea c'è, un Kammerspiele, una follia molto eccitante. kolossal immaginato in una stanza, una follia quasi inaccettabile per quel che potrebbe diventare".
Se si farà , non diversamente dall' "Io e te" tratto dal libro di Ammaniti, lo produrrà Mario Gianani, illuminato animatore con Lorenzo Mieli di un lato selvaggio che rifiuta cattedre e conformismi. "Io e te" è costato poco: "Il budget contenuto è stata un'enorme conquista". La relativa mobilità , una falsa preoccupazione: "Nulla rispetto alla necessità del desiderio". L'accoglienza di Cannes ai due esordienti di Bertolucci (Jacopo Olmo Antinori, Tea Falco, bravissimi) simile e curiosa a quando Bernardò apriva la Quinzaine in jeans e gli anni â70 brillavano per l'istintiva abiura dell'istituzione: "Nel '68, suggestionato dal no al Nobel di Sartre, disse che se avessi vinto un Oscar non l'avrei accettato. Anni dopo ne ricevetti 9 e non feci una piega".
A Giuseppe, il fratello scomparso in estate, "Io e te" è dedicato. Un cartello a nero. Un fiore. Quando Bernardo gli aveva mostrato un primo montaggio, Giuseppe era contento: "Che bello, ti sei liberato dai tuoi piccoli vizi, dai narcisismi inutili della tua macchina da presa". Nella descrizione di un riconoscimento reciproco tra due adolescenti, il filo di "Io e te": "Un passaggio in cui cerchi risposte, ma non le trovi perché non le vuoi davvero", Bertolucci ha scorto una rifrazione biografica.
Mentre amministra la ritrovata parsimonia di un gesto, annusa una torta o aspira tabacco, lo specchio della riserva indiana di Trastevere, silenzi e grida dal cortile, riflette un profilo rassicurante. Dove Fernanda Pivano ambientò una Casbah felliniana, Bernardo ha mantenuto dritta la rotta. La nave va. Naviga ancora.
Lei e Giuseppe, Parma, primi anni â40. Immersi nella mitologia della campagna inventata da vostro padre.
La città a 5 chilometri che a noi sembravano 100, gli alberi a dividere i due mondi. Il Po era il nostro Mississipi. Noi bambini andavamo a caccia di rane.
Vostro padre Attilio, poeta. Scriveva anche di voi.
L'ultimo verso di âA Bernardo, a cinque anni': "Corri, vieni a rifugiarti nella nostra ansia". Grazie tante.
Giuseppe divenne regista per emanciparsi dall'ansia paterna: "Per trovare un io, una prima persona".
In tutte le famiglie si lotta contro la figura del padre, io lo facevo con Attilio e a Giuseppe toccava il compito più ingrato. Scontrarsi con lui e con suo fratello maggiore. Per questo è diventato molto più intelligente di me, con una capacità di analisi e saggezza che io non ho mai neanche sfiorato.
Dice sul serio?
Giuseppe è stato tra i '60 e i '70, il mio commissario politico. Mi fidavo moltissimo delle sue decisioni. Delle sue riflessioni. Io sono diverso. Tento di raccogliere in un'unica intuizione tante cose, non sempre le capisco.
Lei ha detto di non aver più rivisto la casa dell'infanzia.
Quando viene stravolta, la realtà spaventa. Dieci anni fa, dal finestrino di una macchina in corsa, sono passato per la Via della Cisa. Abitavamo lì, a Baccanelli, in uno spazio che 50 anni dopo stentavo a riconoscere. Una casa dopo l'altra, senza soluzione di continuità . Ho provato una nostalgia indefinibile, non oggettiva.
All'epica di un secolo locale lei dedicò uno dei suoi film più importanti.
â'Novecento'' mi è servito a regolare i conti con quella terra, con il passato, con le ascendenze. Ho sigillato l'origine e chiuso un capitolo che non riaprirò. A Parma temo di non tornare, non ci riesco.
Novecento ebbe una lavorazione infinita.
Inconsciamente, sognavo non terminasse mai. Duro' un anno, vidi cambiare i volti, le stagioni, i profumi. Coppola in partenza per l'allucinazione di "Apocalypse Now", mi incontrò in areoporto: "Ti giuro che il film durerà un minuto in più del tuo Novecento". Assoldò anche il "mio" Vittorio Storaro. Competizione infantile, senza dubbio. Ma bella. Bizzarra. Comunque non ci riuscì.
Anni eroici?
Novecento coincise con una precisa sensazione di onnipotenza. Venivo dall'esperienza di "Ultimo Tango a Parigi", covavo la sensazione che avrei potuto girare tutto quello che volevo. Misi insieme 3 distribuzioni americane. Fox, United Artists e Paramount per poter dire: âAvete visto? Ho convinto 3 major statunitensi a finanziare il film dove si vedrà la più grande bandiera rossa mai apparsa sullo schermo".
Andò tutto come previsto?
Esattamente il contrario. Me la fecero pagare e non distribuirono il film. Una frustrazione enorme. Per quella storia quasi mi ammalai.
Da Parma, quasi 30 anni prima di girare Novecento, era migrato a sud.
A 12 anni, a Roma, in Via Carini, Monteverde vecchio. A scuola, con coetanei che parlavano con un accento che io non conoscevo.
Roma la turbò?
Fu uno choc. Mi mancava la nobiltà , la furbizia dei contadini. Roma l'avevo vista solo in cartolina, in principio fu spaesante. Passavo pomeriggi al cinema del Vascello e nella sale parrocchiali. Eisenstein, Pudovkin, Chaplin.
Al primo piano di Via Carini abitava Pasolini.
I miei dormono, è una domenica pomeriggio, suonano alla porta. Una voce: âCerco Attilio Bertolucci". Chiudo la porta lasciandolo sul pianerottolo, sveglio mio padre: âC'è un certo Pasolini, ha la faccia da ladro, l'ho chiuso fuori dall'uscio'. Lui si solleva e urla: âMa come? à un grande poeta, vai subito ad aprire'.
Diventaste amici.
Molto. Pier Paolo mi offrì di fare l'aiuto regista in Accattone. âNon so come si fa' e lui: âNeanche io'. Iniziammo. Alfredo Bini, il produttore, aveva affiancato a Pier Paolo un simpatico regista ciociaro, Leopoldo Savona, grande amico di Peppe De Santis.
Un tutor?
Più o meno. Due giorni dopo capì che era Pier Paolo a insegnargli il cinema e non viceversa. Savona avrebbe dovuto girare "La Commare Secca".
Che invece girò lei.
Sapevo che i paragoni con Pasolini mi avrebbero inseguito, così cercai di fare il film meno pasoliniano che ci fosse. Nessuna sacralità come in "Accattone", ma movimenti avvolgenti di seduzione tra regista e attori.
Ci riuscì?
Credevo, speravo, ma a Venezia la critica fu dura. Colpi allo stile, ai dialoghi, alla cifra narrativa.
Paolo Sorrentino riporta una sua definizione: "I critici sono alpini di pianura".
A volte i critici sono pigri o prevenuti, ma rarissimamente qualcuno ti spiega una tua sequenza che non avevi capito tu stesso. Quando accade è un bel momento. Un'emozione perversa. (Sorride).
Il primissimo lavoro?
Due piccoli film. "La teleferica" e "Morte di un maiale", filmati con una 16 mm di un dentista emigrato in Argentina, il marito di una cugina di mio padre. La cinepresa era una "Paillard bolex" quelle che si caricavano a molla.
Gliela regalò?
Me la prestò per un anno, poi si dimenticò. Avrei potuto tenermela ma la restituii, mi sembrava ormai inadatta. Volevo con determinazione la mia troupe e una 35 mm. I miei filmini di allora erano molto influenzati da ciò che vedevo al cineclub, fitti di inquadrature pretenziose, io anelavo già al cinema professionale.
Li ha conservati?
Lucilla Albano, studiosa di cinema e vedova di Giuseppe, me li chiese per anni. Alla fine confessai. Li ho buttati via a 23 anni, distrutti, fatti sparire. Erano in una mansarda dei miei genitori, li trasferii nel baule di una macchina, li tenni sottovuoto per qualche mese e poi me ne liberai.
Rivede i suoi film?
Mai. Mi imbarazza, con Clare, mia moglie sì. Ma è un'altra storia.
Chi non ha vissuto negli anni prima della Rivoluzione non può capire che cosa sia la dolcezza del vivere.
Era la frase di Talleyrand che introduceva il mio film stendhaliano. L'istante che precede l'incendio mi ha sempre affascinato.
Come Stendhal, anche lei si difende dalle aggressioni esterne con avvertimenti sulla porta: "Il signore è a caccia".
Neanche un po', il contrario. La porta la apro e faccio entrare la realtà che mi circonda. Le mie troupe lo sanno. Se fiuto una buona idea, anche da una frase in libertà , trovo uno spazio. Sono un ladro. Rubo. Sono attento. Resto vigile.
Altri hanno vigilato su di lei . Le accadde di vivere la profezia di Bradbury. Il rogo delle idee. La distruzione di Ultimo Tango. Decise un tribunale italiano. per "esasperato pansessualismo fine a se stesso".
Mi sarebbe piaciuto vederlo âsto film pansessuale. Il primo processo si tenne a Bologna nel â73. Il giudice, un uomo colto, era il fratello di Aldo Moro. Ascoltò, valutò, capì. Fummo assolti. L'arringa dell'accusa, un testo sottoboccaccesco. Volgarissima, burocratica e tragicomica. Fu un momento di sconfinata umiliazione.
A Roma nel '76 invece perdeste. Lei chiese la grazia per il film.
Un'idea romantica che ben dipingeva la miseria di un regista costretto a pietire.
Pannella si attivò.
Lo incontrai una sola volta. Da comunista, nonostante fosse l'autore delle fondamentali conquiste civili di quell'epoca, io sospettavo. Fece cose incredibili per il film, Pannella. Trafugò una copia in Super 8 del film, immagino pirata.
L'idea originaria?
Dan Talbot, proprietario del cinema New Yorker, voleva produrmi un nuovo film: "Scrivimi una pagina, Bernardo". Immaginai la storia di un uomo e di una donna che si incontravano solo per fare l'amore e solo per quello. Tentavano di comunicare con i corpi al di fuori della loro cultura, identità sociale e appartenenza. Il mondo altrove e loro due dentro. Nient'altro.
Neanche i nomi propri. Solo l'abbandono reciproco.
Brando durante le prove urlava: "No Naaameeees here!". Lui e Maria Schneider più che aderire ai personaggi scritti, divennero loro stessi il film.
Accettò dopo una lunga seduzione.
Non prima che Jean Paul Belmondo mi avesse cacciato dall'ufficio urlando alla pornografia e Delon si fosse proposto nell'inaccettabile ruolo di produttore e attore protagonista.
Brando subordinò il sì a una sua visita americana.
"Vieni a Los Angeles che parliamo del film". Un mese tra i coyote, Mulholland Drive e i ristoranti giapponesi nei grattacieli. Dietro ai vetri oscurati nessuno avrebbe potuto riconoscerlo. Discutemmo di ogni cosa, di Ultimo tango non parlammo mai.
Silenzio anche con De Niro il laconico? Lei ci lavorò per Novecento.
Bob è sublime, ma con lui i giornalisti tentano il suicidio di massa.
Milioni di ragazzi lo hanno fatto con De Niro. Lei lo guidò in Novecento.
Mi ingannai nel giudizio, all'inizio mi parve un professionista di facciata, un ragazzo nel pieno dell'età acerba, appena uscito dall'Actor's Studio, con la mano di Lee Strasberg ancora sulla spalla. Mi sbagliavo. Bob è indescrivibile, riesce a dare venature impalpabili, superbe, in una zona invisibile che conosce solo lui. Mentre giri non te ne rendi conto, quando cuci al montaggio, capisci la grandezza.
Le piaceva il cinema americano?
Ero pazzo dei loro film d'azione americani e mi chiedevo: âMa perché non sono nato negli Usa per fare film gangster, western o commedie musicali? La mia vena mai sviluppata. In quasi tutti i miei lavori ci sono momenti sinceramente comici, istanti di danza. Sassi di Pollicino. Tracce.
Le disseminò ne "Il conformista", presentato al Festival di New York. In un passaggio ci sono, veri, reali, indirizzo e numero di telefono di Jean-Luc Godard al tempo. Li fece conoscere a tutta la città ?
A Godard non l'avevo detto, in sala capì solo chi sapeva.
Teme la coerenza?
La temo e quindi la cerco, però quando giro non penso a nient'altro che al film. Non mi domando: âquesta scena piacerà ?' o âcome verrà presa questa cosa'. Sarebbe paralizzante. Ho avuto fortuna, sono riuscito a fare quello che volevo e spesso cambio idea. La cosa bella del mio punto di vista è che gli permetto di contraddirsi in continuazione. Dove c'è contraddizione c'è vita. Con Clare ogni notte, prima di girare, rielaboriamo la scena del giorno dopo. à la mia collaboratrice più importante.
Lei conobbe Craxi. Mai immaginato di fare un film su di lui?
Me lo ricordo ad Hammamet, con Bobo alla chitarra, mentre canta Piazza Grande di Dalla. Mi faceva pensare a Gambadilegno con un sorriso accattivante: "A modo mio, avrei bisogno di carezza anch'io".
L'israeliano Amos Gitai la convinse a farla recitare.
No, mi costrinse, Mi ricattò: "Please, please, je suis le juif errant", l'ebreo errante. Il mio ruolo era quello di un losco, orrendo ufficiale giudiziario. Un pignoratore accompagnato da due sgherri che faceva portar via dalle case masserizie miserabili, materassi sporchi di piscio. Credo che Amos volesse dire che il suo era un cinema puro, il mio corrotto e commerciale.
Gitai la pagò?
Mi si avvicinò: âCome vuoi che ti paghi?' âStavo per comprare una meravigliosa valigia' Me la regalò. La mia paga.
Per i protagonisti di "Io e te" è stato una fortuna lavorare con il regista che conosce i giovani meglio di se stesso?
Tea e Jacopo sono stati straordinari, ma io non volevo semplicemente filmarli per essere con loro. Volevo proprio essere loro. Durante le riprese lo sono stato e anche se il turbamento si affievolisce, lo sono ancora. Le sto offrendo una sponda. Reagisca!.
Ci aiuti, Bertolucci.
Ma certo, Madame Bovary c'est moi.
(L'ultimo tiro di sigaretta riempie la stanza. Con gli artisti e i santi laici ogni nuvola di fumo sa di incenso, mirra, oro nascosto).
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