an incomplete history of protest

PRENDI L’ARTE... PER ESSERE DI PARTE - A NEW YORK UNA MOSTRA SPIEGA COME PITTURA E SCULTURA SIANO STATE FORME DI CONTESTAZIONE - DALLE CAMPAGNE CONTRO LA GUERRA DEL VIETNAM AI CARTELLI DEL COLLETTIVO FEMMINISTA DELLE “GUERRILLA GIRLS” - MA LE INIZIATIVE DEGLI “ARTISTI-MILITANTI” SPESSO DIVIDONO I CRITICI

Federica Salzano per il Messaggero

 

manifesto sulla guerra del vietnammanifesto sulla guerra del vietnam

Qualche settimana fa, Amburgo è stata invasa dagli zombie. Era il set di un film horror? No, al contrario, si trattava di una performance artistica contro i leader riuniti nella città tedesca per il G20. «Non possiamo aspettare che il cambiamento provenga dai potenti - hanno spiegato gli organizzatori - dobbiamo mostrare una responsabilità politica e sociale, tutti e adesso». E proprio alla stretta relazione tra arte e protesta sarà dedicata da fine agosto un' esposizione al Whitney Museum di New York. «An incomplete history of protest - spiega il curatore Scott Rothkopf - si basa sul riconoscimento del ruolo cruciale che gli artisti svolgono nella trasformazione del proprio tempo e nella costruzione di quello futuro».

 

Dalle fotografie di Toyo Miyatake sulle condizioni degli internati nippo-americani durante la II Guerra mondiale ai cartelli di protesta del collettivo femminista Guerrilla Girls, tra le sale del prestigioso museo si potranno ammirare lavori che, a partire dagli anni '40, hanno affrontato temi complessi, come il riconoscimento dei diritti civili della comunità afro-americana o le proteste contro la guerra in Vietnam.

 

ignorance fear silence death di keith haringignorance fear silence death di keith haring

Ma l' arte, nella sua versione impegnata e politicamente coinvolta, può fornire davvero una risposta efficace ai conflitti del presente? Non solo: è giusto che lo faccia? Di recente, la rivista specializzata Frieze Magazine ha posto il quesito a un vasto campione di curatori, artisti e scrittori. Dalle risposte è emerso un quadro variegato. C' è chi, come lo spagnolo Daniel G. Andújar, non ha dubbi: «Noi artisti abbiamo una funzione politica che richiede una chiara posizione etica. Il linguaggio può cambiare il mondo. È lo strumento più efficace che possediamo». Secondo altri sarebbe poi cruciale - in un momento dominato da fake news e ragionamenti semplificati - ancorare saldamente l' arte alla verità e alla sua funzione di stimolo del pensiero critico. Sempre però attenti a non restare imbrigliati nelle maglie del politicamente corretto.

 

guerriglia girlsguerriglia girls

Dal sondaggio emerge anche il nodo del rapporto tra arte e istituzioni. In tal senso, il britannico Walead Beshty ammonisce sui danni che l' arte mascherata da protesta può produrre, perché «offre un placebo laddove invece è necessaria un' azione reale». Mentre Kristian Mondrup e Liu Shiyuan riflettono su un pericoloso cortocircuito: «Come le opere d' arte prendono in giro il potere politico ed economico, così questi prendono in giro l' arte piazzando le opere all' interno di un contesto esclusivo ed elitario, il che spesso ne disinnesca i possibili contenuti critici».

 

A dimostrare quanto la questione sia dibattuta è l' accoglienza spesso altalenante riservata alle iniziative artistiche militanti. È il caso, ad esempio, di Ai Weiwei. L' artista cinese - secondo cui tutto è arte, tutto è politica - non di rado ha provocato numerose polemiche con i suoi lavori. Tra gli ultimi, l' installazione Reframe sulla facciata di Palazzo Strozzi a Firenze lo scorso autunno. Quei 22 gommoni rosso fuoco, aggrappati alle bifore rinascimentali, hanno sollevato il plauso di chi vi ha ravvisato il necessario richiamo alla tragedia dei migranti e la disapprovazione di quelli che invece vi hanno individuato la spettacolarizzazione di un dramma, non priva di una certa dose di furbizia.

dark flag di may stevensdark flag di may stevens

 

Ancora, critiche non sono state risparmiate a Documenta '14. La prestigiosa rassegna, dedicata all' arte contemporanea, quest' anno per la prima volta ha sdoppiato la propria sede, spostandosi fuori dalla Germania e approdando ad Atene. Questa città - nella visione del curatore superstar, il polacco Adam Szymczyk - rappresenta il fulcro di una crisi che interessa l' Europa nella sua interezza. Una kermesse dunque di taglio fortemente sociale e politico. Eppure c' è chi ne ha contestato la retorica dal sapore neocolonialista e lo scarso coinvolgimento del tessuto culturale locale.

 

Dubbi emersi proprio in quella Grecia culla della filosofia classica che, tra le altre cose, s' interrogava anche sul ruolo dell' arte. Platone, nella Repubblica, la condanna in quanto mistificazione della realtà che dialoga con la parte più istintuale dell' uomo e lo allontana da conoscenza e razionalità. Nel corso dei secoli tanti altri pensatori hanno affrontato questo nodo. All' inizio del 900 Walter Benjamin parla di come, nell' era della riproducibilità tecnologica, l' arte possa smuovere le masse. Mentre secondo Theodor Adorno, affinché questa possa parlare del reale, deve necessariamente mantener salda la propria autonomia e indipendenza dal mondo. Il dibattito resta più che mai aperto.

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