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“SE NON ME LA DAI, È INUTILE, NON GIOCHERAI” – LA STORIA DI MICHELA, UNA 15ENNE CHE HA DOVUTO RINUNCIARE AL SOGNO DI DIVENTARE UNA PALLAVOLISTA DOPO CHE HA INIZIATO A SUBIRE RICATTI SESSUALI DAL SUO ALLENATORE – DOPO DURI RIMPROVERI E GIORNATE PASSATE IN PANCHINA, LUI È PASSATO AL CONTRATTACCO - “ERA L’UNICA COSA CHE POTEVO FARE. ANNI DOPO ALTRE COMPAGNE DI SQUADRA…”

Linda Laura Sabbadini per “la Stampa”

 

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Michela aveva iniziato a giocare a pallavolo a scuola. Le piaceva giocare con le sue compagne.

Era molto portata. Decide quindi di iscriversi in palestra in una cittadina di provincia del Nord di Italia. Tutto sembra andare per il meglio. Michela dà il massimo. Le piace il gioco di squadra, migliora tecnicamente di giorno in giorno e comincia ad andare anche in trasferta.

E' soddisfatta delle sue prestazioni e ci tiene molto alla sua squadra.

 

Anche l' allenatore è fiero dei risultati della squadra, particolarmente coesa e motivata. Un forte senso di solidarietà unisce le ragazze Un giorno però l' allenatore se ne va. Ne arriva un altro. Michela aveva 15 anni. Bionda con grandi occhi azzurri, sempre sorridente ed entusiasta continua ad allenarsi come sempre.

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Ma si accorge che qualcosa non va. Il nuovo allenatore la sgrida in continuazione, la denigra anche davanti alle altre, comincia a non farle giocare le partite. E così decide di andare a parlargli direttamente. Gli chiede perché la tratta così.

 

La risposta è scioccante: «Possibile che non l' hai capito? Se non me la dai, è inutile, non giocherai». Michela è inorridita e fugge piena di vergogna. Lei aveva 15 anni, lui un quarantenne con moglie e figli. Non si capacita. Non ne parla con nessuno e continua ad allenarsi come sempre.

L' allenatore continua a perseguitarla con le stesse frasi e a punirla per il suo rifiuto ma lei non cede.

 

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L' abbandono

La pallavolo, la sua grande passione, diventa un incubo. E' demotivata. Finché un giorno abbandona la pallavolo e lo sport. E' ferita profondamente, non ha più voglia di combattere: «Era l' unica cosa che potevo fare. Ne andava della mia sanità mentale. Avrei potuto denunciarlo -racconta - ma era la mia parola contro la sua e io avevo solo 15 anni. Se fosse successo adesso che ne ho 23 forse avrei trovato la forza di agire diversamente».

 

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Michela ora frequenta l' università in un' altra città e ha ricominciato a giocare a pallavolo. Racconta che quattro anni dopo il fatto, due compagne della sua ex squadra le hanno confessato di aver subito gli stessi ricatti. Una aveva ceduto una volta, ma poi aveva interrotto anche lei la pallavolo, l' altra ha rifiutato e ha continuato a giocare.

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La storia di Michela è molto amara. Mette in luce che prezzo alto sono costrette a pagare le donne per la loro libertà, fin da bambine e ragazze anche nei luoghi dove dovrebbero formarsi ed essere più sicure. Sono tante troppe le Michele, non devono essere lasciate sole. Bisogna eliminare l' impunità di questi uomini che credono di poter trattare le donne come prede per soddisfare i loro desideri sessuali.

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