DOPO LA TURCHIA, ANCHE ISRAELE SI RIPOSIZIONA? - NETANYAHU NON VUOLE SUBIRE WASHINGTON NEL NEGOZIATO DI PACE CON I PALESTINESI E, PER SMARCARSI, STRIZZA L’OCCHIO ALLA CINA

Maurizio Molinari per "la Stampa"

Disaccordi con Washington sul processo di pace, progetti hi-tech con Pechino per moltiplicare gli scambi fra Occidente e Asia: il premier israeliano Benjamin Netanyahu sceglie la platea dell'Istituto nazionale di studi strategici per tratteggiare l'orizzonte di un possibile riassetto della politica estera.

Sul rapporto con gli Stati Uniti si sofferma in merito al negoziato di pace in corso con l'Autorità palestinese per raggiungere un'intesa sulla fine del conflitto. «L'America ha le sue priorità, noi abbiamo le nostre» dice il premier, spiegando che «siamo alleati ma non dobbiamo per forza accettare la loro impostazione del negoziato». Il tono è secco e le parole sono misurate perché in prima fila ad ascoltarlo c'è Martin Indyk, il mediatore americano braccio destro del Segretario di Stato John Kerry.

«Lo Stato palestinese deve essere smilitarizzato e riconoscere Israele come Stato ebraico perché è il rifiuto a farlo la genesi di un conflitto durato 90 anni» sottolinea Netanyahu, liquidando de facto le richieste di Kerry che in questo momento riguardano ritiro da territori e smantellamento di insediamenti in Cisgiordania. Poi, in pochi attimi, il timbro della voce del premier cambia perché affronta il tema del «nuovo orizzonte di Israele» ovvero «l'alta tecnologia» che, in termini di politica estera, porta a «guardare verso l'Asia e anzitutto verso la Cina».

È a questo argomento che Netanyahu dedica più tempo e attenzione. «C'è una naturale convergenza di interessi fra il nostro sviluppo di tecnologie e il loro bisogno di incentivare gli scambi con l'Europa» spiega il premier, indicando nello Stato Ebraico «un ponte naturale fra Asia e Europa» del quale la Repubblica Popolare si può servire «per esportare di più».

Il riferimento è alla possibilità che start up e tecnologia avanzata israeliane possano «aprire più mercati europei ai prodotti cinesi». Senza contare progetti avveniristici dei quali Netanyahu ha parlato con il ministro degli Esteri cinese Wang Yi «in due incontri separati avuti con lui nelle ultime settimane».

Primo fra tutti la realizzazione di «una linea ferroviaria ad alta velocità fra Ashkelon ed Eilat» al fine di creare «un percorso parallelo e alternativo al Canale di Suez». «Grazie alla collaborazione con la Cina possiamo realizzare sogni come lo sviluppo del Negev e della Galilea di cui parlò David Ben Gurion» aggiunge Netanyahu, riferendosi al fondatore dello Stato ebraico.

È un esplicito accenno al settore di cooperazione bilaterale che alla Cina interessa di più: l'agricoltura. Gli investimenti di Pechino nelle tecnologie israeliane per le coltivazioni più diverse - anche in luoghi aridi come il deserto - promettono infatti di generare innovazioni che potrebbero rivelarsi utili allo sviluppo delle campagne cinesi. Insomma, se il processo di pace crea frizioni con Washington, è l'hi-tech che avvicina Israele alla Cina.

 

 

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